Così il fiorente mercato delle cuffie offre una lezione ai neo statalisti

Avevamo delle cuffie per ascoltare la musica già quando io ero un bambino. Non erano nulla di che, giusto degli auricolari con attorno un po’ di gommapiuma paffuta attorno e un pezzo di plastica per fissarli attorno alla tesa. Funzionavano bene, anche se facevano sudare un po’ le orecchie. Gli altri che ci stavano attorno, inoltre, erano in grado di sentire anche loro un po’ di quello che stavamo ascoltando. Soprattutto, queste cuffie facevano in modo che i graffi sui dischi in vinile rimbombassero più forti nelle orecchie. (…) In qualche modo, negli ultimi anni – e specialmente negli ultimi dodici mesi – tutto è cambiato. di Jeffrey A. Tucker
17 AGO 20
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Avevamo delle cuffie per ascoltare la musica già quando io ero un bambino. Non erano nulla di che, giusto degli auricolari con attorno un po’ di gommapiuma paffuta attorno e un pezzo di plastica per fissarli attorno alla tesa. Funzionavano bene, anche se facevano sudare un po’ le orecchie. Gli altri che ci stavano attorno, inoltre, erano in grado di sentire anche loro un po’ di quello che stavamo ascoltando. Soprattutto, queste cuffie facevano in modo che i graffi sui dischi in vinile rimbombassero più forti nelle orecchie. (…) In qualche modo, negli ultimi anni – e specialmente negli ultimi dodici mesi – tutto è cambiato. E’ scoppiata una mania per le cuffie. E’ come se ognuno al di sotto di una certa età, oramai, ne volesse un paio. E l’aumentata qualità ha reso quelle cuffie che avevo da bambino simili a un reperto dell’età della pietra. Dimenticatevi gli scoppiettii e i clic del vinile. L’obiettivo delle nuove cuffie è svelare un universo del suono che nessun uomo ha mai provato. Il suono a volte è perfino migliore di quello della vita reale, perché le cuffie possono isolare dal rumore esterno e puntare dritto ai tuoi timpani. E’ cruciale poi il fatto che le cuffie siano diventate uno status symbol. La marca di cuffie che possiedi o usi dice qualcosa di chi sei o di chi vuoi essere. Le stesse sono indossate con orgoglio, collegate a scatole minuscole che contengono migliaia di canzoni – una scatola minuscola che magari è anche un telefono, un Gps, un apparecchio per misurare la pressione sanguigna, e decine di migliaia di altre cose assieme.
All’inizio di questa moda, c’era soprattutto Bose, una società che in qualche modo riesce a reinventare continuamente i suoi prodotti e a sfidare ogni previsione che la vedeva ridotta a un pezzo d’antiquariato. E’ stata fondata nel 1964, molto tempo prima dell’età digitale, e subito dopo che gli impianti stereo hanno iniziato a diffondersi nelle case americane. Bose si distinse innovando con il passare del tempo.
Le cuffie del marchio Bose, all’inizio, erano concepite per gli specialisti del settore. E’ solo negli ultimi 10 anni che la società ha iniziato a insistere sull’idea di una qualità del suono che sia stellare anche per il consumatore medio. I suoi modelli più popolari sono arrivati sul mercato nel 2010 e hanno cambiato lo stesso mercato per sempre. Hanno trasformato un articolo da trattare con noncuranza in un oggetto che bisogna avere. Nel frattempo è arrivato un concorrente: Beats Electronics, fondata nel 2006 dall’artista hip-hop Dr. Dre. Egli non è soltanto il proprietario; ha personalmente promosso i prodotti del gruppo come il modo migliore per gustarsi il suono a tutto tondo. La sua credibilità personale ha pesato. Così queste cuffie hanno rapidamente trovato una nicchia di mercato tra consumatori non interessati all’approccio borioso e quasi “da laboratorio” dei prodotti Bose. Così, entro la fine del 2010, il desiderio per la cuffia perfetta è diventato di massa. Bose e Beats hanno dato vita a una sfida titanica. Bose ha iniziato a lavorare a nuovi tipi di design per rendere i prodotti più “hip”, mentre Beats ha puntato ai professionisti. Le due società stavano cioè imparando l’una dall’altra, e allo stesso tempo invadendo ciascuna la nicchia di mercato dell’altra. Gli indicatori di profitto hanno funzionato a dovere, incentivando un numero crescente di tentativi imprenditoriali per catturare le attenzioni di un consumatore più esigente. Nuove società sono entrate nel mercato. Nel 2012, ogni forma e misura di cuffie era ormai disponibile. La forbice dei prezzi è ampia, con produttori come Beats che sono in grado di vendere la loro merce da 250 dollari in su. Il bene di lusso è diventato il prodotto standard. E nel caso si ritenga che questi prodotti siano troppo costosi, si possono trovare doppioni dozzinali nei negozi più convenienti.
Questa nuova tendenza illustra l’imprevedibilità del libero mercato. Se qualcuno dieci anni fa mi avesse detto che in futuro sarebbe emerso un settore industriale in continua espansione, nel quale le società avrebbero venduto cuffie a ragazzi comuni per centinaia di dollari al paio, avrei risposto: “Non è possibile”. Tuttavia, a sorpresa, è andata così. E il fenomeno ha tutti gli elementi che caratterizzano un successo di mercato: sostanza, stile, concorrenza intensa ed emulazione, spinta a svilupparsi e a migliorare. Nessuno ha pianificato questo risultato straordinario, è stato il frutto delle azioni di imprenditori, produttori, venditori e consumatori, e si è fondato su una divisione del lavoro funzionante in tutto il mondo. I produttori macinano profitti, certo, ma in che modo? Fornendo un servizio alla persona comune, e la persone comune è quella che determina il successo e il fallimento. Alcuni guardano a questa situazione e pensano: “Che spreco!”. E poi: “Non dovrebbe contare quale cuffie possiedi o se tu ne abbia di tutti i modelli”. In più, “la duplicazione dei marchi non ha senso. Cane mangia cane, e alla fine cos’hai in mano?”. Ecco cos’hai in mano: una nuova industria, gloriosa e produttiva, che ci avvicina alla sperimentazione di vite migliori. I prodotti, infatti, ci aprono nuovi mondi. Sia che tu ascolti musica pop o Schubert, sia che tu frema per l’emozione al suono di una batteria o di un violino, la musica sta assumendo un nuovo significato nelle menti, nei cuori e nelle anime delle persone. Tutto questo cosiddetto “materialismo” finisce quindi per alimentare una realtà immateriale, ci consente di provare gioia. Infatti sin dall’antichità poeti, filosofi e teologi ci descrivono le proprietà magiche che la musica può avere sulla civiltà. E’ toccato però ai capitalisti rendere reali e universali i loro sogni. Per quanto riguarda la duplicazione dei marchi, questa è una prova di come il mercato sia totalmente capace di servire l’infinita diversità che c’è nella famiglia umana. E’ un sistema che funziona per tutti. E’ pieno di sorprese e opportunità sia per i produttori sia per i consumatori, frutto di un ordine non pianificato. Se potessimo trasferire questo tipo di dinamismo, sorpresa, creatività senza sosta e innovazione in altri settori della nostra vita dominati dall’imposizione dello stato, vedremmo emergere nuovi tipi di servizio sociale che oggi nemmeno immaginiamo. In altre parole, il modo corretto per aggiustare la sanità, l’educazione e la giustizia, è davanti ai nostri occhi, o forse dentro le nostre orecchie. Per quei settori dominati dalla burocrazia statale, la musica si è interrotta. Per quelli controllati dalle forze del mercato, è appena cominciata.
di Jeffrey A. Tucker (Direttore esecutivo di Laissez Faire Books)
Questi sono stralci di un saggio pubblicato dalla Foundation for Economic Education, tradotto da Marco Valerio Lo Prete